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Il calcio secondo Fabio Capello

L'ex tecnico di Milan, Roma e Real Madrid Fabio Capello si racconta in un'intervista esclusiva a UEFA.com: "La mia filosofia? Copiare e modellare le cose secondo le proprie idee. E il brasiliano Ronaldo...".

Il calcio secondo Fabio Capello
Il calcio secondo Fabio Capello ©UEFA

Fine intenditore d'arte, Fabio Capello ha anche lui creato numerose opere vincendo tantissimi trofei nel corso della sua straordinaria carriera. Centrocampista di ruolo, da calciatore della AS Roma, Juventus e AC Milan ha vinto quattro Scudetti e collezionato 32 presenze con la maglia della nazionale italiana. Dismessi i panni di giocatore, Capello come allenatore ha invece vinto cinque campionati italiani, con Roma e Milan, e due Liga col Real Madrid CF.

Esaminando il suo curriculum non si possono non notare i successi in UEFA Champions League e Supercoppa UEFA col Milan nel 1994, nonché le esperienze sulle panchine di Inghilterra e Russia. Fabio Capello può dunque attingere a un bagaglio infinito di esperienza quando parla di calcio e del ruolo di allenatore - esattamente come capitato in occasione del recente forum di UEFA Yoth League sugli allenatori, dove 'Don Fabio' è stato l'ospite d'onore.

Com'è stato il passaggio dal campo alla panchina?

Ho smesso di giocare nel 1980, e ho iniziato allenando i 15enni del Milan. Poi sono passato alla fascia 17–18 anni, e in seguito a quella dei 20enni. Credo sia molto importante per gli allenatori con ambizioni saper gestire i ragazzi giovani.

Quando ha respirato per la prima volta l'aria della prima squadra?

Sono diventato assistente dell'allora allenatore del Milan, Nils Liedholm, nel 1987. Il presidente mi chiese di prendere le redini della squadra nelle ultime cnque partite, e ci qualificammo in Coppa UEFA. Nils Liedholm rimase con noi, e io volevo andasse così. Lui era stato un allenatore che aveva fatto la storia del calcio italiano. Aveva una grande esperienza e aveva dato molto al calcio.

C'è qualcuno che ha avuto una influenza particolare sulla sua carriera di allenatore?

Ho avuto la fortuna di giocare alla Roma sotto la guida di Helenio Herrera, che aveva anche allenato la Grande Inter degli anni '60. Lui era solito dire una cosa molto semplice: "Giocate esattamente come vi allenate". Lui diceva che non è possibile allenarsi a 60 km/h e poi pensare di giocare la partita a 100 km/h. Poi sul finale della mia carriera da giocatore ho lavorato con Liedholm, che mi ha fatto capire che si può sempre migliorare tecnicamente. Crescere tatticamente è importante, ma è ugualmente importante la tecnica.

È corretto dire che un allenatore debba ispirarsi a tanti ma essere sempre se stesso?

Il nostro lavoro – così come quello dell'artista – è di andare in giro a copiare. Dopo aver copiato però, bisogna modellare le cose secondo le proprie idee. Pensate ai grandi artisti; Picasso ha copiato dagli artisti africani ed è diventato un genio. La mia idea è quindi di 'copiare e sviluppare'.

Lei ha allenato club e nazionale, qual è la differenza principale?

©Getty Images

Sono due cose completamente diverse. In nazionale è importante avere blocchi di giocatori che provengono da 1-2 squadre con mentalità vincente, ma bisogna anche avere dei leader in campo. Se non ci sono, è dura. Inoltre c'è pochissimo tempo per preparare le partite quindi bisogna avere un gruppo che senta molto la maglia e che voglia vincere. Dall'altro lato un allenatore di club può lavorare ogni giorno con la squadra e capisce cosa deve migliorare.

Come cambia il lavoro di un allenatore da nazione a nazione?

Posso dire per esperienza che il lavoro cambia anche da città in città. Ci sono enormi differenze tra l'allenare la Roma, la Juve o il Milan. Bisogna sapersi adattare. C'è una grande differenza in Italia tra Roma e Milano, e c'è una differenza ancora maggiore tra Italia e Spagna. Cambia il calcio, la cultura, la stampa. Bisogna capire dove ci si trova, quali sono gli usi e costumi del luogo e così via, perché in caso contrario si andrà incontro a enormi difficoltà.

Quale successo le ha dato maggiori soddisfazioni?

Una squadra con la quale ho vinto molto e che mi ha dato grandi soddisfazioni è stato il Milan... ma quella era una squadra già formata. Al mio arrivo ho cambiato giusto un paio di cose. Lo sforzo maggiore l'ho compiuto a Roma perché lì dovevo portare una mentalità vincente alla squadra. Al Real Madrid invece sono stato due volte, la seconda delle quali dopo che il club aveva attraversato un paio di anni senza vincere niente. Quel secondo periodo mi ha regalato la soddisfazione più grande poiché nel 2007 abbiamo vinto il titolo all'ultima giornata dopo essere stati dietro al Barcellona per gran parte del campionato.

Risultato indimenticabile... ci racconti di più.

Dicevo ai ragazzi che erano bravi quanto il Barcellona sia come forza che come modo di giocare. Volevo giocassero ogni partita come una finale e poi se il Barcellona fosse arrivato avanti, l'avremmo applaudito.

Doveva avere creato un fantastico spirito di squadra sul finale di quel campionato...

©Getty Images

Sì, c'era uno spirito e un impegno che era quasi folle. Dovete sapere che la psicologia riveste un ruolo fondamentale nella testa dei giocatori più esperti - e a volte può anche bloccarli. L'ultima partita era contro l'RCD Mallorca. Avevamo gli stessi punti del Barcellona, ma avendo pareggiato al Camp Nou e vinto al Bernabéu, eravamo in vantaggio negli scontri diretti. Dovevamo solo vincere la partita. Nel primo tempo, tuttavia, i nazionali - calciatori d'esperienza - giocavano con paura. Non facevano niente di giusto, e a fine primo tempo eravamo un gol sotto.

Cosa ha fatto a fine primo tempo?

In genere chiedo ai giocatori di non dire nulla nei primi quattro o cinque minuti. Gli concedo di cambiarsi, lavarsi e fare ciò che vogliono perché se inizi a parlare subito negli spogliatoi, rischi di dire cose stupide perché sei nervoso. È importante che un allenatore rimanga calmo. Ho usato quei quattro o cinque minuti per pensare come cambiare le cose.

E poi che è successo?

Poi ho chiesto di farmi spazio e mi sono seduto insieme a loro. Ero al loro stesso livello in quel momento e gli dissi semplicemente che avevamo fatto qualcosa di incredibile e gli chiesi perché avremmo dovuto regalare il titolo al Barcellona adesso. Poi aggiunsi: "Andate in campo e giocate come fate in allenamento". Questo è tutto. Non aggiunsi altro. La squadra poi vinse la partita e così ci aggiudicammo la Liga.

Il miglior giocatore mai allenato?

Il più grande mai allenato è stato il brasiliano Ronaldo, sebbene abbia finito per cederlo a gennaio! Era tecnicamente incredibile alla massima velocità - come nessun altro giocatore mai visto in carriera. Nei 30 metri faceva ripartenze e cambi direzione tutto alla massima velocità.

Come pensa che evolverà il calcio dal punto di vista tattico e tecnico in futuro?

Penso che il calcio in futuro sarà sempre più tattico, quindi dobbiamo essere tatticamente consapevoli, meglio preparati e tecnicamente più rapidi. Ci sarà la necessità di concentrarsi di più in campo. Siamo a un livello molto avanzato dal punto di vista delle statistiche e del monitoraggio della frequenza dei battiti cardiaci. I video invece ti permettono di guardare e preparare al meglio la squadra nonché di trasmettere le tue idee nella maniera migliore.

Cosa ci può dire sulla tattica?

Non credo che si possa giocare con un solo schema. Dipende dai giocatori a disposizione. Bisogna trovare la formazione che fa rendere al meglio i tuoi giocatori. Un allenatore deve capire il potenziale della propria squadra.

Per concludere, qual è la cosa più difficile per un allenatore?

Scegliere l'11 titolare, decidere chi starà in panchina e chi in tribuna - ecco, questa è la cosa più dura. L'allenatore deve avere il coraggio di scegliere.