Fàbregas 'rinato' a Londra

Cesc Fàbregas, tornato a Londra dopo aver visto la formazione scritta su un pezzo di carta da José Mourinho, ci racconta l'evoluzione della sua carriera e confessa il suo sogno: vincere la UEFA Champions League.

Cesc Fàbregas esulta dopo un gol contro lo Schalke in UEFA Champions League
Cesc Fàbregas esulta dopo un gol contro lo Schalke in UEFA Champions League ©AFP/Getty Images

Tornato a Barcellona dopo la lunga esperienza con la maglia dell'Arsenal, Cesc Fàbregas sembrava finalmente a casa. Invece il posto "giusto" per il centrocampista spagnolo sembra proprio essere Londra come dimostrano le sue prestazioni con il Chelsea di José Mourinho. 

Calcisticamente parlando, qual è il tuo ricordo più bello da ragazzino?

Ne ho tanti, ma forse è la vittoria del triplete con il Barcellona Under 15. È stato il mio ultimo anno nelle giovanili prima di andare all'Arsenal. Abbiamo vinto la Coppa di Catalogna, la Coppa del Re e il campionato. È stato un anno davvero indimenticabile.

Nella tua carriera, con chi hai avuto la migliore intesa in campo?

Forse con Leo [Messi], perché abbiamo giocato insieme fin da ragazzini. Siamo sempre andati d'accordo e in campo avevamo un'ottima intesa. Un altro con cui ho giocato per tanti anni è David Silva. Insieme abbiamo disputato la Coppa del Mondo FIFA Under 17 in Finlandia quando avevo 16 anni e da allora ci siamo sempre trovati bene. Ma potrei dirne tanti altri.

Qual è il miglior consiglio che ti abbiano mai dato?

Un consiglio che ho ricevuto più volte, a prescindere che giocassi bene o male, è quello di rimanere più o meno impassibile. Cioé, quando giochi bene e sei al massimo, non devi pensare: "Sono il migliore". Viceversa, quando le cose vanno male, non devi abbatterti.

Anni fa, quando perdevamo mi rimproveravo sempre. Pensavo sempre che avessimo perso per colpa mia. Andavo a casa e non mi davo pace, mi sentivo frustrato. Per fortuna, intorno a me ho sempre avuto persone che mi hanno aiutato e ora sono più maturo perché ho giocato con compagni esperti e grandi allenatori.

Una parte della tua maturità la devi all'esperienza a Londra. Com'è stato tornarci, come giocatore e come persona?

È stato bellissimo. Non ha mai lasciato completamente Londra e quando avevo due o tre giorni liberi ci tornavo sempre. Ho bellissimi ricordi di questa città, che considero la mia seconda casa.

Chi ti ha attirato al Chelsea?

Mi sono sentito apprezzato quando ho parlato con il mister, poi ho cominciato a scrivere la formazione su un pezzo di carta e mi sono detto: "Wow, è uno squadrone!". Allora ho pensato che sarebbe stato bello andare al Chelsea e affrontare una nuova sfida.

Che cosa ti chiede José Mourinho nello specifico?

Di dare stabilità alla squadra e di essere sempre disponibile. I miei compagni devono sempre avere qualcuno a cui poter passare la palla. Io do stabilità nella fase difensiva. A Barcellona e negli ultimi anni all'Arsenal, ogni volta che il centrale avversario aveva la palla dovevamo pressarlo. Non facevi che pensare a quello: pressare l'avversario.

Da centrocampista di contenimento, come ora, è più difficile. Se tento di pressare alto, arrivi in ritardo e lascio tanti spazi dietro di te. In questi casi il mister mi dice: "È meglio se mantieni la posizione e pressi gli avversari quando sono rivolti verso la loro porta". Erano piccoli dettagli che dovevo riprendere, ma ora mi sento a mio agio in questo ruolo. È quello in cui rendo di più.

Che cosa significherebbe vincere la UEFA Champions League?

Sarebbe importante, perché mi manca ancora. Mi darebbe una grande soddisfazione. Siamo una grande squadra, ma non so se vinceremo quest'anno, l'anno prossimo o nei prossimi cinque. Il calcio è così. Javier Zanetti l'ha vinta a 36 anni [con l'FC Internazionale Milano nel 2010]. Sarà il calcio a decidere. Ho giocato una finale di Champions League [con l'Arsenal nel 2006] e abbiamo perso negli ultimi minuti. È stato molto triste. Ho giocato quattro semifinali. Sono arrivato a un passo, praticamente stavo per toccare la coppa, ma spero di poterla alzare un giorno.