Torres ripercorre il cammino verso la gloria
venerdì 13 marzo 2009
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L’attaccante del Liverpool e della Spagna racconta in un’intervista esclusiva a UEFA Training Ground i suoi primi passi nel calcio e i segreti del suo precoce successo. Clicca qui per guardare il video.
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In un’intervista esclusiva a UEFA Training Ground, l’attaccante del Liverpool FC Fernando Torres parla dei primi passi nel calcio, dei segreti per il precoce successo e del ruolo dell’allenatore. Il centravanti della Spagna ha segnato il gol decisivo nella finale di UEFA EURO 2008™, ma il 24enne ex giocatore del Club Atlético de Madrid confida che da bambino gli sarebbe piaciuto giocare in porta come il fratello. Per vedere l’intervista su UEFA Training Ground, clicca qui.
I primi passi…
La mia prima squadra da bambino si chiamava Parque 84, perché eravamo tutti nati nel 1984. Avevo cinque anni. A quell’età, si sa, tutti corrono dietro la palla. In famiglia non abbiamo una grande tradizione calcistica. Non ci si ritrovava il finesettimana per vedere le partite e non c’era neanche una vera squadra del cuore. L’unico tifoso della famiglia era mio nonno, fan sfegatato dell’Atlético. Per questo motivo, anch’io tifo Atlético.
In porta…
L’amore per il calcio me l’ha trasmesso mio fratello. Giocava in porta per il Fuenlabrada e aveva bisogno di qualcuno che lo allenasse. Da bravo fratello minore, quello era il mio compito. È così che ho iniziato e mi sono appassionato. Volevo essere come mio fratello, come tutti i fratelli minori. Volevo essere anch’io portiere, ma lui mi disse: "Il portiere sono io, tu devi tirare in porta”. Il ruolo del portiere mi ha sempre affascinato. Da piccolo ho anche giocato qualche partita, ma una volta mi ruppi un dente tuffandomi sull’asfalto. E allora mio fratello e soprattutto mia madre mi hanno impedito di riprovarci.
Il sostegno…
Il sostegno della famiglia, in particolare di mio padre e mio fratello, è stato fondamentale per la mia crescita. Tutti mi hanno dedicato tempo, sottraendolo al lavoro o agli studi. Inoltre, è stato importante non ricevere pressioni dai miei genitori. Capita spesso di vedere genitori che seguono le partite dei propri figli come se già si trattasse di professionismo. Mi ritengo fortunato, mia madre mi ripeteva sempre: "Non devi giocare per noi. Il giorno che non vorrai più giocare con l’Atlético, smetti senza problemi e torna a giocare nel quartier". Il calcio va giocato con allegria e divertimento.
L’Atlético…
Ho fatto un provino con molti bambini. Una partita undici contro undici di 20 minuti. Ho superato tutte le prove, fino a ritrovarmi nelle giovanili dell’Atlético. Ogni anno avanzavo di categoria e di solito giocavo con ragazzi più grandi di uno-due anni. Era importante misurarsi con gente superiore tecnicamente e fisicamente. Mi è servito a crescere. Sono maturato molto più velocemente e a 17 anni ero in prima squadra. Tutto è stato molto rapido da quel momento in avanti, e mi sembra di non ricordare neanche tutto chiaramente.
L’allenatore…
L’allenatore è importante per il tuo equilibrio. È fondamentale per correggere i difetti e per esaltare le virtù. Un allenatore che ti osanna non è mai positivo. Il mister deve essere un punto di riferimento e ricordarti sempre che puoi sempre migliorare. Anche quando segni due o tre gol. Il vero allenatore si comporta così. Sono stato fortunato a lavorare con molti allenatori di questo genere, pronti a frenare l’euforia e a dirti che sei stato un disastro in fase difensiva.
Luis Aragonés…
Mi ha insegnato [all’Atlético] come ci si comporta in campo e nello spogliatoio. Quando sei molto giovane devi essere il primo ad arrivare e l’ultimo ad andartene. Ma devi anche rispettare i compagni: essere umile e non parlare troppo. Sono valori che si stanno perdendo nello spogliatoio, ma che reputo importanti. Sul campo mi ha fatto soffrire. Mi ha lasciato in panchina o anche in tribuna. Spesso mi sostituiva perché si aspettava molto da me. L’ho avuto come allenatore due anni, e quando sono andato via ho avuto nostalgia delle chiacchierate, dei rimproveri e della sua voglia di migliorarti. Nel momento in cui accade non lo capisci perché ti sembra che stia chiedendo troppo, poi, come sempre nella vita, apprezzi le cose quando non ci sono più.