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Klinsmann e l'armonia tedesca del '96

Nell'ultima delle nostre retrospettive sulle passate edizioni dei Campionati Europei UEFA il capitano della Germania Jürgen Klinsmann rivive EURO '96, torneo che sancì in tutti i sensi il trionfo dell'unità tedesca.

Il capitano della Germania Jürgen Klinsmann alza il trofeo a EURO '96
Il capitano della Germania Jürgen Klinsmann alza il trofeo a EURO '96 ©Getty Images

Nel calcio, il talento da solo non basta per raggiungere il vertice: basta chiedere a Jürgen Klinsmann.

L’uomo che ha percorso i 39 gradini del glorioso stadio di Wembley per ricevere il trofeo Henri Delaunay dalle mani della Regina Elisabetta II conosce meglio di chiunque altro il segreto del successo della Germania a EURO ‘96. Il primo aspetto su cui pone l’accento è l’eccezionale coesione fra gli uomini di Berti Vogts, che consentì loro di superare grandi difficoltà prima di sconfiggere la Repubblica Ceca in finale e sollevare la coppa.

"Penso che i Campionati Europei del 1996 in Inghilterra siano stati una splendida esperienza per noi, visto che c’era grande spirito di corpo nel gruppo e sapevamo che ci avrebbe permesso di competere con chiunque - ricorda Klinsmann -. Per tutto il torneo abbiamo dato il massimo e giocato un ottimo calcio, pur non essendo la squadra più forte. L’Italia era migliore di noi, l’Inghilterra era eccellente, ma noi ci abbiamo messo più volontà".

Il mantra di Vogts era "non ci sono stelle; l’unica stella è la squadra", anche se i giocatori dotati non mancavano di certo. La Germania si presentò in Inghilterra con il terzo miglior bilancio nelle qualificazioni e poteva contare su Matthias Sammer, che sarebbe stato il miglior giocatore del torneo, nel ruolo di libero. E c’era anche Klinsmann, ovviamente. L’attaccante, fra i sette supersiti della Germania Ovest campione del mondo nel 1990, era andato a segno nei quattro grandi tornei precedenti disputati dalla Germania: gli Europei ‘88 e ‘92 e i Mondiali ‘90 e ‘94. Sarebbe stato ancora una volta protagonista, da capitano.

Per il 31enne Klinsmann, un torneo il cui motto era "Football’s coming home" [il calcio torna a casa] rappresentava l’occasione di tornare nel paese in cui aveva fatto faville con la maglia del Tottenham Hotspur FC nella Premier League del 1994/’95, prima di passare all’FC Bayern München. L’attaccante era stato il primo calciatore tedesco di livello in Inghilterra dai tempi del portiere Bert Trautmann, che vi aveva giocato oltre trent’anni prima; la personalità accattivante e le dichiarazioni mai banali gli erano valse l’affetto dei tifosi inglesi tanto quanto i 29 gol segnati con la maglia del Tottenham. "Giocavo in una squadra molto affiatata - ricorda -. Tutto girava alla perfezione".

Lo stesso si potrebbe dire della Germania che prese parte a EURO ‘96, che mostrò subito di che pasta fosse fatta vincendole prime due gare. Le vittime furono la Repubblica Ceca, sconfitta per 2-0, e la Russia, battuta 3-0 grazie anche a una doppietta di Klinsmann. Lo 0-0 contro l’Italia nel terzo incontro permise alla Germania di vincere il girone e rispedì a casa gli Azzurri. Nel quarto di finale contro la Croazia, Klinsmann ruppe l’equilibrio con un rigore al 20’, ma lasciò il campo prima dell’intervallo per un infortunio che gli avrebbe precluso la semifinale.

Orfana della sua punta, la Germania subì il pareggio di Davor Šuker al 51’, ma il croato Igor Štimac si fece espellere e Sammer trovò il definitivo 2-1 al 59’. La vittoria valse ai tedeschi la semifinale di Wembley contro i padroni di casa dell'Inghilterra. Klinsmann dovette rassegnarsi a fare da spettatore, eppure il ricordo di quel giorno è tuttora indelebile. "C’era un’atmosfera elettrizzante, soprattutto grazie ai tifosi inglesi, che hanno cantato per tutta la partita. Un’emozione fantastica, da pelle d’oca".

Dopo il botta e risposta fra Alan Shearer e Stefan Kuntz, il sostituto di Klinsmann, lo stesso Kuntz trova di nuovo la via della rete con un colpo di testa nei supplementari, ma il gol viene annullato per una spinta. Anche l’Inghilterra si era resa pericolosa con un palo colpito da Darren Anderton e una mancata deviazione di Paul Gascoigne a porta vuota su cross di Shearer. Come era avvenuto a Italia ‘90, furono i rigori a stabilire la vincitrice e fu ancora la Germania a prevalere: Andreas Köpke parò il penalty di Gareth Southgate prima che Andreas Möller sancisse la vittoria tedesca per 6-5. "Credo che nessuno dei protagonisti di quella semifinale così emozionante potrà mai dimenticarla", racconta Klinsmann.

Il 30 giugno la Germania fece ritorno a Wembley, dove l’avventura agli Europei era destinata a concludersi come era iniziata: contro i cechi. Klinsmann ricorda che la squadra era molto determinata a evitare un finale a sorpresa come quello di EURO ‘92, in cui aveva ceduto alla Danimarca. “Quattro anni prima, in Svezia, avevamo perso in finale contro la Danimarca perché non eravamo concentrati al 100% a causa della troppa arroganza. Eravamo arrivati in finale e pensavamo di vincere, ma avevamo sottovalutato i danesi. Contro la Repubblica Ceca non volevamo ripetere l’errore".

Come in semifinale, la Germania andò sotto quando Patrik Berger, al 59’, trasformò un rigore concesso per fallo di Sammer su Karel Poborský. Ma Oliver Bierhoff, subentrato a Mehmet Scholl al 69’, cambiò volto alla partita. Gli bastarono quattro minuti per pareggiare, incornando un cross su punizione di Ziege alle spalle di Petr Kouba. Cinque minuti dopo l’inizio dei supplementari rl'attaccante concesse il bis con il primo golden gol di un grande torneo internazionale.

"Era una novità, la partita finiva con un gol - racconta Klinsmann -. E' stata una strana sensazione, non sapevamo come comportarci; era finita. Ci abbiamo messo un istante per rendercene conto. Poi, ovviamente, è iniziata la festa". Quella partita fece registrare un’altra novità, ancor più importante: per la prima volta la Germania unita sollevava un trofeo. Klinsmann ritiene che il calcio abbia contribuito alla coesione del paese dopo la caduta del Muro di Berlino.

"I nuovi giocatori provenienti dalla Germania dell’Est dovettero adattarsi a una mentalità completamente nuova - spiega l'attaccante -.  Sammer fu esemplare in questo. La transizione è stata accelerata dal calcio e il calcio ha contribuito a costruire un ponte fra Germania Est e Ovest. Il fatto che giocatori come Matthias Sammer e altri facessero parte della nazionale ha dato una grossa mano a quel cambiamento culturale, perché erano veri e propri idoli per i tedeschi dell’est".

Quella sera d’estate, a Londra, mentre Klinsmann li conduceva su per i gradini di Wembley, quei giocatori furono gli idoli di tutto il paese, senza distinzioni fra est e ovest.

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